La “Wunderkammer” e la raccolta d’arte del cardinale Flavio Chigi
Margherita Anselmi Zondadari

Flavio Chigi era nato a Siena l’11 maggio del 1631, da Mario e da Berenice della Ciaja. Era nipote di papa Alessandro VII Chigi con il quale condivideva molte cose e aveva molte affinità di gusto nelle arti figurative e la passione per le opere di architettura e scultura al punto di essere considerato “il più diletto rampollo della sua stirpe, allevato nel suo seno”. A Siena Flavio aveva intrapreso gli studi presso i Gesuiti e successivamente, in seguito all’elezione dello zio a pontefice e sotto suo consiglio, si applicò nel diritto civile e canonico e avviarsi così alla carriera ecclesiastica. Il pontefice chiamò a Roma i suoi familiari, don Mario suo fratello che fu eletto Generale delle truppe della Chiesa e il nipote Flavio che prese il sacerdozio il 3 giugno 1656 dicendo messa per la prima volta nella sua vita nella cappella Borghese di Santa Maria Maggiore il 15 agosto del medesimo anno. Nonostante le attenzioni di Alessandro VII suo nipote, nel primo anno di vita romana e prima ancora di ottenere la porpora cardinalizia, appariva agli occhi di molti aver già assunto abitudini principesche, come il muoversi in carrozze dorate cosa che si addiceva più a un Medici. Finalmente il 9 aprile del 1657 Flavio Chigi venne nominato cardinale con il titolo di Santa Maria del Popolo e pochi giorni più tardi ottenne anche la carica di legato di Avignone. Non appena giunto a Roma, Flavio iniziò subito a occuparsi delle grandi opere che il papa andava commissionando in vari luoghi della città, limitandosi però solo ad eseguire i suoi ordini accantonando le sue iniziative personali. Infatti con un carattere così forte come quello di Alessandro VII, la funzione del nipote fu essenzialmente quella di rappresentarlo nei cantieri di lavoro e di tenere i rapporti quotidiani con gli artisti. La prima grande commissione della quale si occupò in maniera diretta fu la nuova sistemazione della basilica di santa Maria del Popolo. Fu un’impresa di notevole importanza e di grande impegno che vide protagonista indiscusso Gian Lorenzo Bernini. Per un certo tempo fu inviato dal pontefice in Francia a risolvere delicate situazioni politiche e in questa sua missione dimostrò di possedere grandi doti di dignità e serietà come segretario di Stato, però il soggiorno francese incise profondamente sui gusti e addirittura sui suoi atteggiamenti.   
Le fonti contemporanee sono concordi nell’indicare nel ritorno in Italia di Flavio la data della diffusione di mode alla francese come quella del calesse, che da allora iniziò a circolare per le strade di Roma.
Da questo momento nacque in lui l’idea di dare alla propria nuova villa il nome di “Versaglia” e di decorare il palazzo di città e quello di campagna, secondo l’uso francese.
Una stanza, detta delle Belle, conteneva i trentasei ritratti delle donne più belle della Roma del tempo. Oggi queste tele sono raccolte e conservate nel Palazzo Chigi di Ariccia e raffigurano le più avvenenti dame del tempo dipinte da pittori di fama internazionale specializzati nel ritratto, come il fiammingo Jacob Ferdinand Voet. Flavio possedeva anche un’opera del Cerquozzi, intitolata Il bagno femminile, scelta un po’ audace per un cardinale.
Intanto acquistava palazzi e tenute, tra cui il casino alle Quattro Fontane, Ariccia e il palazzo ai Santi Apostoli dove poteva tenere un alto tenore di vita.
Amava infatti il teatro, la caccia, la buona tavola, l’arte, tutti svaghi che richiedevano notevoli spese.
La sua personalità lo portò a distinguersi nella vita artistica e culturale della capitale, dimostrando di essere soprattutto un generoso committente e un notevole collezionista. Grazie alle larghissime possibilità economiche avute sin dai primi anni del suo cardinalato, fu uno dei più influenti committenti romani come è dimostrato dai registri delle entrate e uscite della sua contabilità, conservati presso l’Archivio Chigi alla Biblioteca Apostolica Vaticana, e dai suoi contatti con il Bernini e il Fontana, suoi principali “collaboratori”.
Flavio si distinse come mecenate appassionato d’arte, infatti sono notevoli le sue commissioni artistiche ma fu anche collezionista singolare e molto attento al gusto dell’epoca divenendo il principale artefice delle collezioni artistiche di famiglia e tra i primi collezionisti privati.
Le sue raccolte, oggi purtroppo nella maggior parte disperse, sono un esempio di quadreria antica dove i dipinti si integrano perfettamente e si armonizzano con il carattere molto singolare e curioso del committente, insieme a un ricco e vario apparato di arredi, mobili e sculture.   
Le sue grandi disponibilità economiche, la sua nascente autorità religiosa e politica e la reputazione familiare di cui godeva ma soprattutto il favore dello zio papa che lo considerava il suo “Cardinal nepote” sono i motivi principali che contribuirono alla creazione di questo collezionismo chigiano, nel momento stesso in cui la famiglia godeva di prestigi e favori nella Roma papale.
Flavio si stabilì ai Santi Apostoli e cominciò a creare una fornita biblioteca con parte dei libri e manoscritti appartenuti al papa e soprattutto una collezione di quadri e statue antiche. Alessandro VII si interessava costantemente dell’accrescimento della raccolta di opere d’arte perché riteneva potesse contribuire al prestigio sociale della famiglia. Vi partecipò anche direttamente dividendo tra i suoi nipoti ciò che possedeva, compresi gli oggetti che gli erano stati dati in dono durante il suo pontificato.Controllava anche gli acquisti, sottoponendoli, come risulta dal suo Diario, al giudizio dei suoi fidati artisti che sempre lo accompagnavano, Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona. Il papa, grande intenditore d’arte, orientò in maniera diretta i gusti e le scelte artistiche di Flavio, trasmettendo in lui prevalentemente l’interesse per l’architettura e per quanto riguarda la pittura la preferenza per i pittori senesi, anche se poco conosciuti a Roma. Questa collaborazione tra zio e nipote fece sì che la collezione d’arte divenisse complessa e di grande importanza, grazie all’inclinazione personale del cardinale unita al buon senso del papa. Fu così formata un’abbondante raccolta di beni preziosi e opere d’arte che a Flavio sarebbe servita come prestigio personale e alla sua morte, contrariamente ai principi del papa, sarebbe andata ad aumentare il patrimonio di famiglia. Oggi essa può essere rintracciata attraverso inventari e documenti, compreso lo stesso Diario del papa, indispensabili per conoscere la provenienza e il modo di acquisizione degli oggetti. Comprendeva una grande collezione di statue antiche, circa 150 pezzi alcuni appartenuti alle raccolte degli Este e dei Peretti Montalto, che custodiva nel suo palazzo ai Santi Apostoli e in seguito, nel 1734, trasferiti nelle collezioni reali di Dresda. La sua raccolta fu molto ricca e interessante, iniziata nel 1661 e continuata fino alla sua morte. Era riuscito ad impossessarsi di alcuni importanti reperti acquistati appena rinvenuti nelle campagne di scavo, grazie all’appoggio del papa e della sua posizione a Roma, e si preoccupò di farli restaurare da scultori noti come gli allievi del Bernini, Raggi e Buselli.   
Tra questi oggetti di scavo i più importanti sono il Torso di Galata morente rintracciata a Tivoli, i quattro satiri versanti scoperti a Castel Gandolfo, i quattro Gladiatori rinvenuti tra la via Appia e la via Latina e i due rilievi del tempo di Adriano con raffigurazioni di province emersi dagli scavi di piazza di Pietra. Il cardinale dispose questi reperti archeologici nel suo palazzo seguendo il gusto personale che si orientava più verso il criterio dell’arredo che quello museale. Agli importantissimi pezzi di archeologia ben presto si aggiunsero nella sua raccolta dipinti da collezione acquistati nel mercato di Siena, di Venezia e di Roma, oppure da antiche famiglie nobili o rinvenuti in alcune chiese romane. L’inventario chigiano degli oggetti presenti nel palazzo e redatto alla sua morte ricorda, tra le opere antiche, un Giovanni di Paolo scambiato per Giotto, un Botticelli, un Gianpietrino ritenuto però opera di Leonardo, un pezzo di Pinturicchio, di Peruzzi e del Sodoma, ma anche dipinti di Tiziano e di Tintoretto e di alcuni pittori ferraresi. Tale raccolta comprendeva anche tele di pittori francesi (Mellin, Perrier, Tournier e Cortois) e fiamminghi; non mancavano le opere di pittori del Seicento come i due Carracci, Guido Reni, Lanfranco, Guercino, Poussin, Pietro Testa, Andrea Sacchi e altri ancora. Da questo si può dedurre che la raccolta delle opere d’arte di Flavio Chigi era molto varia, ma anche ben organizzata soprattutto nei nomi più importanti. Un oggetto importante, l’Angelo custode di Pietro da Cortona, fu donato al nipote dal pontefice per arricchire la collezione. Lo zio papa influenzò, soprattutto agli inizi, le scelte e la preferenza verso certi artisti contemporanei che lui stesso voleva far lavorare. Oggi purtroppo questa importantissima collezione è andata dispersa ma fortunatamente è abbastanza facile conoscerla sulla base degli antichi inventari che mettono in evidenza la storia della formazione e gli interessi culturali e artistici dell’artefice. Risulta essere stato un complesso artistico di alta qualità di cui quasi tutto è abbastanza documentato, un insieme unico nel suo genere che rispecchia perfettamente la personalità di questo mecenate vivace e competente, membro di una delle famiglie più importanti del seicento, personaggio il cui carattere era per antonomasia quello di un uomo amante del fasto e del superbo. La varietà dei soggetti iconografici prescelti, dalle scene religiose ai ritratti di personaggi di famiglia o di figure dell’epoca, dalle scene di genere alle nature morte, ci consente di avere una visione particolare del fenomeno del collezionismo del XVIII secolo.   
La sua passione collezionistica di buon mecenate lo indirizzava a raccogliere ciò che era particolarmente adatto all’atmosfera del palazzo romano barocco di sua proprietà dove la serie di opere d’arte era destinata. Le scene dipinte dai grandi pittori dell’epoca che splendevano appese alle sale di quel palazzo realizzavano non solo la sua inclinazione personale ma quella della Roma seicentesca, del fasto aristocratico dell’epoca seguendo i dettami del gusto e non criteri classificatori. Infatti le gallerie di quadri erano concepite per essere goduti da tutti. La molteplicità degli interessi collezionistici di Flavio si inserisce perfettamente nella cultura del suo tempo, di cui egli non trascurò nessun aspetto e riflette la sua ambizione di rappresentare la tradizione romana dell’epoca. Egli fu un collezionista originale e partecipò attivamente alla cultura artistica contemporanea e attraverso la sua committenza e le sue inclinazioni si può tracciare un percorso del barocco maturo caratterizzato dai generi decorativi da lui scelti e prediletti. Dall’alto della sua posizione Flavio contribuì a diffondere la moda dei “generi” e a promuovere la grande decorazione che si sviluppò a Roma insieme alle imprese del Bernini.
La nobile eleganza, gioiosamente raffinata e sempre regale di questa civiltà artistica chigiana, aveva dato grande prova nella Roma del seicento e il suo genere di collezionismo e la consistenza delle sue antiche raccolte testimoniano e confermano il suo interesse profondo per le arti decorative. La formazione della sua raccolta si svolge lungo un arco di tempo che va dalla metà del XVII secolo fino alla sua morte e precisamente coincide con l’affermarsi del suo potere religioso.
Il cardinale, oltre a commissionare direttamente le opere agli artisti, era solito acquistarle quando queste gli venivano proposte generalmente tramite intermediari, fra i quali spicca il nome di Niccolò Simonelli, antiquario e mercante d’arte, stimato dai contemporanei come “uno dei maggiori intelligenti di pittura e buona antichità”, amico di Pier Francesco Mola e Salvator Rosa e suo fidato guardarobiere. Simonelli, uomo di gusti raffinati, era legato da rapporti di amicizia e da interessi di mercato a numerosi artisti del tempo. Dopo aver prestato servizio per il cardinale Brancaccio e per Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X, Simonelli era passato alle dipendenze del cardinale Flavio Chigi, svolgendo soprattutto funzioni di consulente artistico ed antiquario non solo per il cardinale, ma anche per lo zio pontefice Alessandro VII.   
Presso Flavio Chigi il Simonelli aveva a disposizione ingenti somme per pagare tutti gli acquisti per la scelta dei quali esercitava anche una certa influenza ed era libero di decidere sia per gli acquisti di marmi antichi sia di pitture molto importanti. Era anche il curatore del “Museo delle curiosità” raccolto da Flavio e collocato dapprima a Formello e successivamente al Casino delle Quattro Fontane. Proprio nella sua veste di intendente delle meraviglie della collezione lo ritrasse il pittore Giovanni Maria Morandi, circa negli anni sessanta. Il personaggio è infatti circondato da alcuni pezzi del Museo, forse quelli acquisiti da lui stesso, riconoscibili grazie alla descrizione dell’inventario della raccolta di Flavio Chigi e oggi purtroppo dispersi. Sulla parete di fondo sono appese una faretra con frecce ed altre armi, sulla tavola invece sono collocate una figuretta egizia, una coppa formata da una noce di cocco, due cucchiai di madreperla con il manico formato da un ramo di corallo, alcune conchiglie, alcune medaglie e un coltello da tavola. Sotto il tavolo si scorge una testa femminile in marmo ed il Simonelli tiene tra le mani una statuetta di evidente carattere erotico. Il ritratto a mezza figura del Simonelli “con diverse anticaglie del Museo” è annotato anche nel 1693 nell’inventario post mortem del cardinal Flavio nel Casino delle Quattro Fontane. Un altro aspetto di minor pregio ma assai originale e tipico dell’epoca è il suo Museo delle curiosità o Wunderkammer. Anche il Bellori nella sua Nota delli Musei pubblicata a Roma nel 1664 ci parla del “Museo delle Curiosità naturali, peregrine e antiche”, primo nucleo della raccolta di meraviglie che Flavio avrebbe poi trasferito nel Casino alle Quattro Fontane e che teneva con grande orgoglio e vanto personale. Flavio Chigi, grazie anche alla mediazione del suo “guardaroba” Niccolò Simonelli, aveva raccolto un vero museo di mirabilia e curiosità naturali, che era divenuto celebre in tutta Roma. Oggi purtroppo la maggior parte di questi oggetti sono andati dispersi ma fortunatamente è possibile conoscerli da un lungo e dettagliato inventario. Conservato tra il 1663 e il 1664 nel palazzo di Formello, dove è appunto ricordata “una stanza delle curiosità”, il museo fu poi trasferito nel perduto “Giardino delle Quattro Fontane”. Si trattava di una straordinaria raccolta di utensili diversi, di reperti archeologici, di curiosi fenomeni naturali e abbigliamenti esotici, di opere d’arte di piccolo formato e delle più diverse civiltà: tutto tenuto insieme dal gusto dello straordinario e del bizzarro, dell’inedito e del meraviglioso tipico dell’epoca.   
Un genere di raccolta sostenuta da uno spirito vagamente scientifico e quasi enciclopedico. Il museo era contemporaneo al Museo Settala di Milano, al Cospiano di Bologna e a quello del padre Anastasio Kircher al collegio romano e come questi era composto dei più svariati oggetti e rappresentava assai bene la curiosità disordinata delle classi colte, davanti alle meravigliose rivelazioni delle scienze storiche e naturali del secolo XVII. Questo tipo di raccolta infatti fu la protagonista del collezionismo scientifico e antiquariale dell’epoca, che vide impegnati eruditi come Cassiano dal Pozzo, il Peiresc, il Kircher, l’Agostini e molti altri dilettanti nobili e borghesi. Oggetti egiziani si trovavano accanto ad altri di antichità classica, del medioevo e del rinascimento, arredi di popoli selvaggi portati da missionari ed esploratori stavano accanto ad armi e bandiere turche e arabe, trofei della lotta cristiana contro i mussulmani, spoglie di animali esotici erano raccolti e ordinati insieme ad altre credute appartenenti ad animali fantastici, come l’unicorno e il basilisco, strumenti scientifici e musicali affiancavano curiosità naturali, le rarità erano provenienti dal regno della natura, come fossili, minerali, conchiglie e coralli. Il Museo di Flavio fu costituito, probabilmente, con la consulenza dello stesso Kircher e costituito gran parte dai doni dei religiosi in missione in Oriente e nel nuovo mondo; erano presenti anche opere d’arte di varie epoche come mosaici e vetri dipinti romani, idoli egizi e bronzi etruschi e affreschi staccati come per esempi le Tre Grazie del Peruzzi provenienti da Siena, disegni del Bernini e un cartone del Domenichino. Non è certo casuale che il padre Atanasio Kircher fosse non solo un estimatore della collezione chigiana, ma contribuisse personalmente con la sua autorità scientifica ad arricchirla di fossili o di esotiche curiosità. Flavio Chigi possedeva oggetti con “caratteri egitii” che il Kircher aveva pubblicato nei suoi scritti, e il gesuita offriva al cardinale “cose rare et esquisite di quel nuovo mondo” fattegli pervenire a Roma dai padri missionari. Abiti e costumi “alla turchesca”, armi giapponesi, porcellane e ventagli della Cina, si accompagnavano a “uccelli del Paradiso”, “mandibole di pesce con quattro ordini di denti”, “grugno di tigre con li denti superiori”.   
A queste testimonianze di carattere, in qualche modo, etnologico e zoologico erano accostati reperti di archeologia cristiana, come i calici di vetro decorati con lettere dorate, idoletti antichi di bronzo, medaglie rinascimentali, ceramiche di Urbino. Un ricordo vivissimo di questo museo di curiosità si conserva in molte relazioni di viaggi in Italia dove è menzionato soprattutto da viaggiatori stranieri e in antiche guide di Roma dove è annoverato fra le cose degne di essere visitate. Inoltre la anonima Nota delli musei, librerie, galerie et ornamenti di statue e pitture né palazzi, nelle case e né giardini di Roma del 1664 ricorda il “Museo delle curiosità naturali, peregrine e antiche (…)” insieme alle pitture, sculture e libri raccolti dallo stesso cardinale. Non sappiamo con esattezza quando il cardinale Flavio Chigi iniziò la raccolta degli strani oggetti del suo Museo. Di come era la villa in antico non rimangono tracce, ma il museo era già andato disperso in epoca precedente e così solo pochi oggetti possono essere identificati perché comprati da papa Benedetto XIV per donarli ad arricchire altre collezioni. L’unico aiuto che possiamo avere per questa ricerca ci è dato dall’inventario del Museo che si trova nei registri redatti per l’eredità del cardinale. Da detto inventario possiamo sapere che alcuni oggetti erano stati sistemati con ordine nella sala o anticamera e altri nella stanza del Museo. Nella sala vi erano tra l’altro due “stendardi turcheschi” e un gruppo di armi composto da 42 archibugi germanici, ungheri, turchi e italiani, intarsi di madreperla, ottone, argento dorato, sei sciabole turche e due provenienti dal Giappone con i foderi e i puntali d’argento. In una parte della stanza del Museo vi era “il giunco d’India a bacchetta di comando del Seraschiero di Modone” e il fondo di calice di vetro con due figure con il volume in mano in mezzo una corona di Cristo PX che ora si trova nel Museo cristiano della Biblioteca Vaticana. In altra parte si poteva ammirare una quaglia “conservata in spirito di vino” e ammazzata con una sola palla dal S.E. padrone del museo mentre era a cavallo e che doveva essere oggetto di grande orgoglio. Dall’inventario veniamo inoltre a sapere che nel museo si trovavano parecchi corni di unicorno e un teschio di pantera con tutta la sua “fiera dentatura”. Da questo miscuglio di oggetti di vario tipo si può ben delineare la personalità eterogenea e eclettica del proprietario.   
Vicino ad un’antica balestra, un compendium di astronomia in carattere cinese e un vitello mostruoso con due teste unite nella parte della terza orecchia, un chiodo antico da travi e uno scettro consolare di bronzo e diciotto mazzi di corde di pelo di cammello. Un’altra curiosità conservata nel museo che oggi ci fa un po’ ridere era un piccolo “basilisco” conservato in una scatola d’argento e ci meraviglia come si potesse ancora credere all’esistenza di quel terribile animale. Come testimonianza del moto di Napoli del 1647 vi era l’effigie in cera di Masaniello e di san Gennaro suo confessore e inoltre, vi era conservata “la pelle di un turco scorticato, conciato come un morlacco” che era un pezzo da museo di gusto molto barocco e oggi quasi incredibile. Altro oggetto di simile gusto era “l’osso di gamba di un Re Indiano convertito dal suo nemico in gnaccara da suonare per suo dispreggio” e un altro macabro trofeo: “naso, bocca e baffi di un Turco di Modone”. Vi era l’“Anello piscatorio” di Pio II di metallo dorato con i simboli dei quattro evangelisti, l’Accetta intagliata della vittoria navale di Pio V con manico di damaschetto e trina attorno, un corno di unicorno infilzato sopra la testa di un pesce di legno e zoccoli olandesi per correre sul ghiaccio. E’ divertente immedesimarsi nella credulità secentesca perché i cosiddetti corni di unicorno altro non erano che denti di narvalo. Un altro vitello a due teste si trovava sopra una finestra ed era esposta anche una “bulla antica d’oro con cerchietto per appendere l’epigramma di monsignor Falconieri che la presenta a Papa Alessandro”. Faceva bella mostra di sé una noce moscata guarnita d’avorio, lavoro degno di Manfredo Settala abilissimo nell’intaglio e amico di Fabio Chigi, poi papa Alessandro VII. Inoltre si trovano elencati la lucerna antica che ardeva nel sepolcro di santa Eufrasia, una coda di cavallo insegna del generale turco con due denti di cinghiale a mezza luna, un’urna di vetro contenente un “ippogrifo artificioso”, un grugno di tigre e un grugno di pesce spada con quattro ordini di denti, parecchi lavori in corno di rinoceronte, un pezzo di tartufo impietrito insieme ad altri vegetali e animali pietrificati, mentre il microscopio di Eustachio de Divinis (cioè del padre di Bartolomeo Eustachio) era un pezzo tra i più notevoli.   
Tra gli oggetti di grande importanza e che purtroppo sono stati dispersi vi erano tre targhe di tartaruga di mare con mascheroni di Pier Francesco Mola pittore, “il corno di alicorno” donato dalla regina di Svezia, una statua di tre corpi uniti in bronzo antico e in parte dorato donato da Benedetto XIV al museo Capitolino, esposto ancora in una vetrina e il vetro con un busto di figurina che si trova ora nel museo di Bologna. In posizione centrale nel museo era collocato quel tripode in bronzo antico che Benedetto XIV sistemò nei musei Capitolini e una mummia egizia con maschera di donna dorata. Vi erano conservati insomma un susseguirsi di oggetti più vari e curiosità di ogni genere che rispecchiano il carattere del seicento, secolo pieno di grandi sorprese e di ogni ricerca della novità. Insieme a questi strane cose erano conservati anche alcuni quadri, per lo più di pittori anonimi, alcuni disegni del Bernini e della sua scuola e varie terrecotte e bozzetti berniniani. Non sappiamo bene quando iniziò la dispersione degli oggetti che facevano parte del Museo, sembra verso il 1745 in quanto prima della perdita tutta la raccolta passò in eredità ai suoi nipoti e fu divisa in seguito fra il principe Agostino Chigi e il fratello Flavio, divenuto poi anche lui cardinale. Protettore di pittori, architetti e scultori e amico dell’architetto Carlo Fontana che a lungo lavorò per lui, Flavio si occupò anche di musica, di poesie, di commedie e di vari trattenimenti musicali. Era anche un buon appassionato di quadri riproducenti nature morte di fiori, di frutta e di animali, destinate in gran parte alle sue residenze di campagna. La sua passione di raccogliere paesaggi, quadri di uccelli e selvaggina, dipinti delle battute di caccia che occupavano la vita sociale del cardinale, ci fa capire il suo amore per la vita campestre e naturale, magari intesa come riposo e distrazione. La complessa armonia della sua collezione determina la ricerca di splendore e ricchezza, espressa attraverso una raccolta composta da ricchi arredi, sculture, quadri e oggetti d’arte, testimonianze di una nobile passione. Flavio si dedicava molto anche al lusso dell’arredamento delle sue varie residenze al quale contribuiva con arazzi di fattura fiamminga e tappezzerie di seta e cuoio, mobili, suppellettili e decorazioni la maggior parte realizzate da maestranze più o meno note, abituati a un lavoro di squadra nei suoi cantieri.   
Per lui lavorarono decoratori, scultori, stuccatori, intagliatori del legno, artisti del ricamo e dell’argento che contribuivano con il loro lavoro a comporre gli apparati scenografici amati dal cardinal nipote.
Grazie alle sue committenze le diverse arti si combinavano in maniera perfetta e straordinaria. Un valido esempio di quanto è affermato sopra è la fabbrica del grandioso palazzo di San Quirico d’Orcia, vicino a Siena.
Flavio, dopo la sua elezione a cardinale, ebbe un progetto ambizioso per affermare il suo prestigio e la sua posizione importante: decise di costruire un grandissimo edificio, di gusto più romano che senese, nel centro del paese da lui molto amato.
Doveva essere un palazzo di rappresentanza del quale fu incaricata, oltre che il suo fidato architetto Carlo Fontana che a Siena aveva già realizzato per lui la villa di Cetinale presso Ancaiano, una équipe di decoratori, doratori, pittori di affreschi. Purtroppo però non poté vedere il risultato di tanta ambizione perché morì prima che l’opera fosse conclusa.
Il nipote Bonaventura, figlio della sorella Agnese e suo erede designato, prese l’incarico di portare a termine tutto il progetto e lo stesso fu per la manifattura di ceramiche artistiche che Flavio aveva ideato sempre a San Quirico d’Orcia, testimonianza questa del suo amore per le arti minori.
Alla sua morte, avvenuta nel 1693, gran parte della sua collezione d’arte, compresa la biblioteca, furono trasferiti nel palazzo di piazza Colonna, ma gran parte di questi oggetti, compresi suppellettili, quadri e statue, andarono dispersi.
Oggi è impossibile ricomporre tale complessa collezione, la cui perdita ci ha privati del più significativo contributo del cardinale Chigi alla cultura artistica del suo tempo.



  
 
 
     

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